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Cotton Candy by Marta Viola

35,00

|ITA|

Cotton Candy è nato molto prima che me ne accorgessi. Volevo dar voce a qualcosa che ha fatto molta fatica a materializzarsi concretamente, perché si muoveva in sordina. Ogni volta che iniziavo un pensiero riguardo all’esperienza del corpo toccavo punti ipersensibili e non riuscivo ad andare oltre. Così mi sono aperta all’incontro e al dialogo con altre donne, volevo andare oltre il mio vissuto per comprendere quello altrui e ritrovarmi nelle narrazioni.
Il corpo non è un’entità isolata dal mondo in cui si muove.
Mi sono interrogata sui termini “difettoso” e “improduttivo” e sull’induzione all’essere necessariamente performante.
Nonostante la grande consapevolezza non riuscivo a capire il motivo per cui non ci sentiamo bene in un corpo che cambia.
Il cambiamento fisico è un evento inevitabile nel tempo ma può anche avvenire in maniera drastica. Soprattutto qui nasce lo scollamento, l’elaborazione richiesta è molto rapida ma il contenuto emotivo proporzionalmente ampio.
Se fossimo abituate a pensare e definire la nostra identità corporea in maniera più aderente alla realtà, il sentimento di distacco da ciò che viene definita normalità forse sarebbe diverso.
Ma questo concetto di realtà non è completo finché non si sviluppano discorsi che tengano conto delle sfaccettature che colorano l’identità femminile.
La prospettiva sul corpo di una donna è sempre filtrata dallo sguardo maschile al punto da diventare pensiero socio culturale dominante. Il disagio per un corpo non più funzionale nasce dalla mancata realizzazione delle aspettative ambientali.
Cosa vuole effettivamente un corpo per se stesso, al di là di ciò che dovrebbe volere?
Emerge così una narrazione di significati prestabiliti imponenti anche in chi pensava di esserne libera con ripercussioni degne di essere viste.
La ricerca visiva qui presente vorrei generasse un processo di liberazione e apertura rispetto alla definizione del sé.

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|ENG|

Cotton Candy was born long before I knew it.
I wanted to give voice to something that was quietly in motion.
Every time I started thinking about the experience of the body, I touched hypersensitive spots and I could not go further.
So I opened myself to meet and dialogue with other women.
I wanted to be able to understand and find myself into others’ narratives, beyond my personal experience.
The body thrives through relationships.
I wondered about “defective” and “unproductive” and the solicitations to be necessarily performing. I couldn’t understand why we don’t feel good in a changing body, despite being a natural process.
Physical change is an inevitable event of time, however it can also happen drastically. This is the point, the emotional process can be too much sometimes. If we were used to thinking and defining our bodily identity more closely to reality, the feeling of detachment from the so-called normality would perhaps be different. But this concept of reality cannot be achieved until discourses around the multi facets of the female identity are not in place.
The perspective on a woman’s body is always filtered by the male gaze to the point of becoming the dominant socio-cultural thought.
The discomfort for a no longer functional body arises from the realization of environmental expectations.
What does a body actually want for itself, other than what it should want? Thus a narration of imposing pre-established meanings emerges even in those who think they are free from such constrains, leading to important repercussions.
I hope my visual research generates a process of liberation and an inception of different self definitions.

Publisher: Yogurt Editions

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