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Of Time and Photography

Francesco Rombaldi
Yogurt Curator

reading time: 3′

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Catturare il lato etereo delle cose è da sempre una prerogativa degli artisti e dei romantici. E lottare contro l’irrappresentabilità ha spesso condannato al tormento chi nell’abbracciare la musa, in quell’abbraccio, ha ricevuto estasi e frustrazione in pari grado.

L’ineluttabilità del tempo calca con passo ritmato le nostre vite.
È forse la prepotenza più invisibile a cui siamo assoggettati.

Interessante è quindi vedere come in fotografia, arte espressiva tendenzialmente acronica, si sia cercato di rappresentarlo, celebrando l’ardimento di chi nel provarci ha adottato il linguaggio della serialità. Quasi a voler scandire il tempo al tempo in una sorta di sofisticata rivalsa visuale.

Hiroshi Sugimoto, Stephen Gill e Hayahisa Tomiyasu incarnano tre approcci diversi alla stessa problematica: circoscrivere e riportare in immagini un’astrazione concettuale.

Hiroshi Sugimoto, Theaters
Damiani and Matsumoto Editions, Bologna, Italy, 2016

In Sugimoto l’interrogativo nacque spontaneo in un giorno qualunque.
Iniziò a focalizzare la sua ricerca su cinema e teatri, cercando di restituire, nelle sue fotografie, tutto quello che accadeva durante il film che veniva proiettato.

Theaters è dunque una serie di lunghe esposizioni che durano dall’inizio della proiezione al suo termine. È un tentativo di imprimere su lastra il tempo nel suo svolgimento. Catturandolo. Comprimendolo.
Il film diventa luce. La sala si svuota, perché la lunga esposizione nel contemplare ogni singolo movimento degli spettatori, li dissolve. Lo spazio si fa solenne, abitato da una vitalità tanto fremente quanto invisibile.
Ogni immagine accoglie in sé non tanto un momento estemporaneo, quanto la summa di ogni azione e interazione che si manifesta in quel lasso di tempo che intercorre tra l’inizio e la fine della proiezione. Dimostrando come un segmento temporale assorba, nel suo scorrere, tutta la complessità delle manifestazioni che vi avvengono.

Dove Sugimoto sintetizza il cambiamento, Gill e Tomiyasu catturano maniacalmente l’istante, la variazione.

Stephen Gill, The Pillar
Nobody Books, 2019

Su un palo di legno, in un campo, il The Pillar di Gill raccoglie il lento scorrere delle stagioni, scandito dal narcisismo dei volatili che vi si posano.
The Pillar ci porta in una parentesi intimista che sa di grano appena mietuto, pioggia fredda che ci punge le spalle. Sono stagioni che vengono subite e si succedono l’una dopo l’altra, in un continuo gioco con lo spettatore, arbitro innocuo del passare del tempo.
Stephen Gill è in assopita contemplazione di una narrazione che si sviluppa intorno a lui, nonostante lui.

E se nel lavoro di Gill l’orizzonte è abitato da solitudini che si consumano in un frullio d’ali, ne è quasi un’antitesi, invece, TTP di Hayahisa Tomiyasu.

Hayahisa Tomiyasu, TTP
Mack, 2018

Qui è un tavolo da Ping Pong il protagonista dello sguardo voyeuristico dell’autore, che lo elegge a epicentro di un tessuto sociale. Un totem contemporaneo, attorno a cui gravitano umanità inconsapevoli del gesto performativo che passivamente regalano all’osservatore.
Tomiyasu, ammiccante spione, ci accompagna con consumata consapevolezza, creando, quando il tavolo da Ping Pong viene rimosso, un’imprevista circolarità nel corpo del libro. Probabilmente rispondendo all’urgenza di creare una chiusura, di imprigionare il flusso temporale in una spirale. Un tentativo forse vano ma non dissimile dalla serie di Sugimoto, in cui la circolarità viene consumata in ogni singola immagine, che è in sé sia inizio che fine. Quasi a voler imbrigliare lo scorrere del tempo, nel tentativo di carpirne l’essenza.

Catturare il tempo. Lottarci. Subirlo. Negarlo.
Dedicare troppi minuti a un articolo che ne parla più o meno vacuamente.
Sono solo modi di sfuggire alla propria mortalità, di comprendere l’invisibile, di decifrarlo.
E in questo caso, forse, farci avere meno paura.