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DOR
Mary Baldo

0013

|ITA|

Dor, 17 settembre 2021.

Eccomi al termine di un lungo viaggio, a fare quello che prima ho desiderato fare e a cui poi ho rinunciato: scrivere in questo libro. Non che lo scrivere mi preoccupi, anzi. Vivo con il desiderio di scrivere.
Ho già scritto e anche pubblicato alcuni testi, soprattutto su temi artistici. Ma il fatto di scrivere in mezzo alle mie fotografie, mi ha posto davanti al problema del rapporto testo/immagine nella creazione artistica. Ci sono alcuni begli incroci nel cinema, ma rimane generalmente senza sostanza. La poesia ha creato forme intermedie stimolanti, certo, ma soprattutto sotto l’aspetto sonoro. Nella fotografia, l’accompagnamento del testo mi sembra artisticamente inutile.
Per quanto riguarda il montaggio testo/fotografia, riduce il testo a un ornamento grafico. Infatti, la nozione di un testo visivo mi urta. Quest’ultimo è uno strumento mediatico, o un motivo. Non è un testo. Le opere plastiche o visive che usano il testo pongono domande
appassionanti sul linguaggio, sul segno, sulla comunicazione. Ma la forma di un testo, che sola mi interessa, non si limita al suo aspetto grafico, non è un’esperienza visiva. Il suono può toccare la forma del testo con il parlare, il che è una lettura. L’immagine, no. Spesso faccio fotografie che contengono del testo, ma rimangono fotografie. E mi interrogo molto sul loro status, su quello che diventeranno.
Insomma, tutto questo per dire che mi è stato impossibile produrre un testo visivo o illustrativo o anche un testo testuale associato alle immagini.
Scrivo, faccio fotografie. Ma l’uno senza rapporto con l’altro.
Farò quindi del mio meglio per dirne il meno possibile tra queste righe.
Ma siccome devo scrivere un po’, e ora che ci sono, e sto bene, vi racconterò la storia della realizzazione di un libro fotografico.
Non c’è bisogno di dirvi di che cosa si tratta, perché è ovvio e universale.
Prendete queste parole chiave: infanzia, maternità, casa, crescita, distacco.
Sarete la madre o sarete il bambino. Nel migliore dei casi, sarà la vostra storia, quella che avete già vissuto, altrimenti chiuderete il libro e passerete oltre.
Non voglio raccontare la mia storia personale. Infatti, non voglio nemmeno più che queste fotografie mi appartengano.
Lo scopo di questo libro è proprio quello di distaccarmi da loro.
Dor è tratto da un archivio fotografico che costituisco dalla nascita dei miei figli.
Negli ultimi quattordici anni ho fotografato la mia vita quotidiana.
Sono oltre 40.000 immagini ordinate e organizzate in 150 album, uno al mese, che documentano sistematicamente, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la metamorfosi dei miei figli e la mia come donna attraversando la maternità e l’esperienza casalinga.
Questo archivio è allo stesso tempo tentacolare e privato. Per poter mostrare queste immagini, forse per poterle guardare, dovevo farne qualcos’altro.
Così, ho sistematizzato l’abitudine di rifotografare le mie fotografie e altri documenti.
Un’abitudine che mi serve ad archiviare ogni tipo di documento, foto di passaporto, polaroid, foto appartenenti ad amici e parenti, ma anche disegni, appunti, ecc.
Questa pratica di replica fotografica è diventata il metodo di elaborazione di Dor.
Le fotografie originali sono state scattate tra il 2012 e il 2020.
Sono state tutte rifotografate tra il 2020 e il 2021 in vista della creazione di questo libro.
Ogni immagine ha quindi due date di scatto, due temporalità, che si riferiscono a due distinti “ istanti “ fotografici. Credo abbiano anche due autrici.
Il soggetto di questo libro sono delle stampe fotografiche, delle immagini di carta.
La sovrapposizione del gesto fotografico nel tempo mi ha portato a reinterpretare il mio stesso sguardo, a volte in modo impercettibile, altre in interventi più marcati, giocando con le ombre, con un ritaglio selvaggio, fino all’incursione verso micro dettagli che aprono a un’immagine completamente diversa dall’originale.
Il titolo, Dor, è una parola rumena che designa un sentimento misto di amore e solitudine, desiderio e dolore, legame e distacco. Nella mise en abyme dell’archivio familiare, Dor racconta la storia di un’ossessione fotografica, la storia di uno sguardo che cambia, del necessario distacco filiale e materno, dell’infanzia così furtiva e, sullo sfondo, credo, la nostalgia anticipata della perdita della mia vista.

Mary Baldo
Dor è dedicato a Guilhem, Nour-Aliénor e Numa


Copertina Morbida

142 pagine
150 copie

30 euro spese di spedizione escluse

|ENG|

Dor, September 17th, 2021.

I am finally at the end of a long journey, doing what I first wanted to do, then gave up : writing into this book.
Not that writing scares me, I actually like it. I live with the desire to write. I have already written and even published a few texts, especially on artistic matters.
But the idea of writing for this book, in the midst of my own photographs, brought up the problem of the relationship between text and image in art.
There are some nice combinations in filmmaking, but most of the time it doesn’t work. Poetry has created stimulating intermediary forms, certainly, but mainly on the sound side. In photography, the accompanying text is artistically useless to me. And the text/photography montage reduces the text to a graphic decoration. The notion of visual text offends me.
Visual text is a media tool, or a pattern. It is not text. Artistic or visual works that make use of text involve fascinating issues about language, about the sign, about communication. But the form of a text, which alone interests me, cannot be represented by its graphic appearance, text is not a visual experience. Sound can touch the form of the text with the voice, which is a reading. Sound can touch the form of the text through the reading. The picture can’t. I often take photographs containing text, but they are photographs. And I wonder about their meaning, about what they will become. All this to say that it has been impossible to produce a visual or illustrative text or even a textual text associated with the images.
I write, I do photography. But the two are unrelated.
So I will do my best to say as little as possible in those lines. But since I have to write a little, and since I’m here, and I’m well, I am going to tell you the story of the making of a photography book.
No need to say what it is about, since it is quite clear and universal. Here are a few key words: Childhood, motherhood, cocoon, growth, detachment. You will be the mother or you will be the child. At best, it will be your story, the one you already lived, otherwise you will close the book and move on. I don’t want to tell my own story. In fact, I don’t want these photographs belong to me anymore.
The purpose of this book is to let go these images.
Dor is extracted from a photographic archive that I have been building up since the birth of my children. Over the past fourteen years I have photographed my family’s daily life. It is more than 40,000 images sorted and classified into 150 albums, one per month, that systematically document, day after day, year after year, the metamorphosis of my children and my own as a woman going through motherhood and the home experience.
This archive is both expansive and private. In order to show these images, perhaps to be able to look at them, I had to turn them away.
Thus, I systematized a habit of re-photographing my own photographs and other documents.
I use it to archive all sorts of images, identity photos, Polaroids, photos belonging to friends and relatives, but also drawings, notes, etc. This practice of photographic reproduction has become Dor’s processing method. The original photographs have been taken between 2012 and 2020.
They were all re[1]photographed in 2021 for this book. Each image therefore has two shooting dates, two temporalities, refers to two distinct photographic ‘moments’. I believe they even have two authors.
The subject of this book are photographic prints, paper pictures.
The superposition of the photographic gesture across time has led me to reinterpret my own gaze, sometimes imperceptibly, sometimes in more emphatic operations, playing with shadows, making delicate or wild croppings, zooming in on micro details.
The title, Dor, is a Romanian word meaning a feeling that combines love and loneliness, desire and pain, attachment and detachment. In the mise en abyme of the family archives, Dor tells the story of a photographic obsession, the story of a changing gaze, of the need for detachment, of the childhood so brief, and, in the background, I believe, the anticipated nostalgia of the loss of my eyesight.
I ended up saying too much and I am getting angry with myself.

Mary baldo
Dor is dedicated to Guilhem, Nour-Aliénor and Numa

Soft Cover
142 pages
150 copies

30 euro shipping costs excluded