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A Boring Editorial

Francesco Rombaldi
Yogurt Curator

reading time: 5′

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Parlare di fotografia autoriale in una contemporaneità abitata da stimoli visuali, ha l’ambizione di arrivare a mappare quello che ha una validità culturale nell’intossicamento visivo a cui ci sottopone l’industria dell’immagine: macchina generatrice di archetipi estetici dalle velleità commerciali e spesso dall’attitudine estemporanea.

La fotografia contemporanea più narrativa e più tangente all’universo dell’arte visuale è quindi diluita, o ai margini di quel leviatano commerciale che ogni giorno impatta il nostro subconscio percettivo.
Creando così un enorme paradosso.
Tutti consumano immagini.
Molti credono di poterne produrre.
Pochi sanno dove sia il valore effettivo di un’immagine oggi.

Usare la retorica della minoranza consapevole non deve sembrare il tentativo di creare quella distanza elitaria di chi impugna il sacro fuoco della conoscenza a discapito della massa, quanto una conseguenza del fatto che, essendo la fotografia un’arte giovane, non è ancora stata completamente assimilata, nelle sue accezioni più sperimentali, dalle strutture istituzionali che la possano rendere accessibile a tutti, creando così un tessuto culturale comune.
Curiosamente, la democratizzazione tecnologica ha messo in mano a chiunque strumenti per poter creare immagini. Acuendo in questo modo la distanza tra chi le produce e chi è cosciente di ciò che sta facendo.
Se a questo si aggiunge la componente a volte criptica o sottilmente respingente di alcune declinazioni di questo tipo di linguaggio autoriale, non sorprenda come la fotografia contemporanea sia arrivata a scavarsi da sola la propria nicchia. Fatta di premi, residenze artistiche e festival. Spesso rivolti agli addetti ai lavori o ai più feroci appassionati. La conseguenza di questo contesto è che in quello che sembra un background culturale buono solo a esser citato tra un moskow mule e l’altro su qualche litorale radical chic, si sta invece consumando una lotta.
Vibrante. Elettrica. Necessaria.
La fotografia sta infatti evolvendo.

Figlia dei primi esperimenti visuali di metà ‘800 ad opera più di alchimisti che di fotografi, e dopo esser stata strumento antropologico, informativo o artistico, oggi, la fotografia autoriale, è in un momento di forte rivalutazione identitaria. Nella necessità di ridefinirsi e compiere quella rottura con l’estetica derivativa che l’ha spesso connotata, per affermarsi come forma espressiva in piena regola, con le proprie ambizioni, i propri paradossi e anche le proprie vacuità.
E se la prova d’ingresso nell’età adulta è spesso una catarsi che proietta in una percezione del sé libera dai condizionamenti precedenti, proiettata nel cambiamento, la fotografia si sta trovando infatti a confrontarsi con l’ibridazione dei codici visuali contemporanei e, soprattutto nella sua declinazione editoriale – il libro fotografico-, sta cercando di ridefinire sé stessa, rimettendosi in discussione. Coltivando formule narrative sofisticate e non crogiolandosi più in un’indulgenza che le derivava dall’essere percepita come una sintesi del reale, con una vocazione spesso più estetica che concettuale. La narrazione è quindi tornata a essere fondamentale, con l’ambizione di rendere il volume fotografico, letteratura.

Oggi, forse anche per lottare contro la tecnologia che permette a chiunque di creare immagini corrette esteticamente, sempre che esista una correttezza estetica, sta tornando al centro di ogni progettualità la forza dell’idea. Che deve essere solida, stratificata. E il fotografo assurge a demiurgo della propria narrazione, nella necessità di restituire pienamente all’utente finale tutte le declinazioni del concept che viene trattato.
Il libro fotografico diventa quindi uno strumento fondamentale per incanalare il racconto e declinarlo nelle sue varie sfaccettature, permettendo all’autore di far coesistere linguaggi estremamente eterogenei, al fine di restituire l’idea in tutta la sua complessità. Esaurendola.

I progetti diventano opere letterarie a tutti gli effetti, in cui non solo si ibridano i linguaggi fotografici, ma in questa evoluzione, il narratore può utilizzare senza riserve ogni mezzo espressivo che lo aiuti a rendere pregna la narrazione.

The Disappearance of Joseph Plummer

Il progetto di Amani Willett dedicato a un eremita scomparso nell’800 è un perturbante affresco esistenzialista: in cui lo spettatore perde l’orientamento tra immagini boschive e dipinti di antichi rifugi montani che vanno a ricreare l’habitat in cui l’eremita è vissuto. Inframezzato da un lavoro di archivio che ne ricostruisce l’identità, sfregiandola, in un gioco a due dove la personalità dell’autore e quella dell’eremita si mescolano e si annullano.
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Non è più così importante essere puristi, concentrarsi su cosa sia fotografia e cosa no. L’immagine è un veicolo, la solidità del racconto è lo scopo ultimo.
La capacità dell’autore di rappresentare il reale secondo la sua sensibilità, col filtro del suo talento e delle sue scelte diventa discriminante, e annulla totalmente la competizione con chi semplicemente impugna l’ultimo modello di canon, nikon, o chicchesia, ormai eccellenze tecnologiche presenti più nella borsa del fotografo commerciale che non in quella del fotografo narratore il cui bagaglio non è tecnico ma culturale, e il cui successo è direttamente proporzionale alla capacità di non limitarsi, di attingere a ogni fonte disponibile e di intellettualizzare in maniera consapevole ed esaustiva la propria idea. Inizia così ad atrofizzarsi il falso mito dell’autore che lavora di pancia, il cui talento innato ovvia ogni difficoltà, la cui urgenza espressiva è forza primigenia bastante a se stessa.
In questa tendenza alla libertà espressiva, il rischio è che le strutture più mainstream non comunichino adeguatamente l’evoluzione delle forme espressive, rimanendo invischiate in palinsesti espositivi più popolari, sicuramente necessari anch’essi ma non aggiornati sulle nuove tendenze, allargando sempre più la forbice tra la coscienza culturale collettiva e la produzione contemporanea.
L’editoria fotografica stessa che tratta questi nuovi linguaggi, ormai consapevole di questo deficit, affronta il mercato rivolgendosi direttamente ai collezionisti, abbassando le tirature a pochi pezzi, molto più sofisticati nel design e nei materiali. Così da ovviare alla diminuzione del volume di vendita con la qualità dell’offerta.
Proseguire su questa linea porterebbe però a distopie, in cui l’autore per non sentirsi appiattito culturalmente dalla domanda e per essere sempre più libero di assecondare la propria ricerca potrebbe iniziare a creare tirature della propria produzione dedicate unicamente al suo ristretto numero di collezionisti, avvalendosi di una sorta di mecenatismo condiviso, dove il ruolo di un unico mecenate, ormai estinto, diluendosi tra piccoli investitori, permetterebbe all’artista di sovvenzionare la propria professione, mantenendo però la propria ricerca all’oscuro di una larga fetta di pubblico.
Sicuramente teorizzare ora scenari distopici o meno è prematuro, ma l’evoluzione che si sta sviluppando attualmente all’interno del mondo della fotografia autoriale è evidente e stimolante.
E più che interrogarsi su cosa sia accettabile o meno, futuribile o destinato a perdersi, l’importante è seguire, con l’interesse che si deve a ogni cambiamento. Perchè dal cambiamento spesso nasce l’opportunità di crescere.

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Slant
Aaron Shuman

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Maria
Lesia Maruschak

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